Festival della Parola di Parma

Filiberto Molossi

Filiberto Molossi

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PROGRAMMA 2020
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Mercoledì 8 luglio Festival della Parola 2020

LA VOCE DELLA LUNA

“Ultima tessera del composito mosaico felliniano, La voce della luna è il film di un regista in là con gli anni, ma tutt’altro che senile. Anzi, nell’ultimo periodo della sua vita, Fellini trova non solo ulteriori energie per ridefinire il collaudato rapporto fra realtà e magia filmica, fra nudi fatti e fantasmagorie dell’immaginazione, bensì anche per tirare le somme della propria arte e del proprio tempo, un tempo che sembra ormai assottigliarsi e divenire sempre più estraneo e sfuggente.

Ginger e Fred, terz’ultima opera filmica felliniana, mette in scena la consueta e beneamata babilonia di guitti e artisti di seconda mano, umani troppo umani, provenienti da tempi, culture e concezioni dello spettacolo diversi e talora antitetici, non poi così diversi da quelli raffigurati ad esempio nell’episodio del Teatrino della Barafonda in Roma. Ciò che cambia rispetto a Roma è il medium che li contiene, la televisione, una scatola vuota e svuotante che annulla le differenze e annichilisce le identità. Ecco allora che ciò che era genuinamente popolare e gioiosamente ricorrente nell’opera del regista riminese – il varietà, il circo, il cinema, il grande spettacolo della vita – diviene consumo di massa, imbecille frullatore di coscienze in cui tutto è uguale a tutto. E se tutto è uguale a tutto, nulla vale. L’invettiva felliniana contro la televisione commerciale trova, in Ginger e Fred, tonalità epiche, ai limiti dell’apocalittico, e se ne riscontrano tracce più sfumate anche nel successivo Intervista, malinconico omaggio che Fellini porge a sé stesso e alle vestigia di un cinema che sta irrimediabilmente scomparendo.

A sua volta, La voce della luna è una sorta di compendio non tanto dell’opera felliniana, quanto del ruolo artistico e creativo del regista e, parimenti, delle coordinate psicologiche e comportamentali che muovono i suoi personaggi. Fellini rivendica l’urgenza di una rinascita dei nottambuli (il cui profeta è l’Ivo Salvini della marionetta gentile Roberto Benigni, curioso ibrido tra Pinocchio e Leopardi), in contrapposizione agli uomini diurni, delle creature lunari in conflitto con quelle solari, in breve, dei sognatori in lotta con un mondo che li considera esseri di risulta, comparse della vita sociale. Ecco allora che la luna parlerà soltanto a coloro che, per dirla con Bergson, “hanno smesso di essere utili, per cominciare semplicemente ad essere”, mentre un’umanità alla deriva celebrerà i rituali meccanici di una società dello spettacolo fin troppo simile a una sagra paesana, sotto lo sguardo severo di un uomo di legge, il prefetto Gonnella (un Paolo Villaggio pensoso e filosofeggiante, che ripropone alcune sue celebri tonalità recitative, attenuate dal calibro felliniano), moralista, paranoico e sognatore come possono esserlo solo gli inguaribili romantici, una volta catapultati in un mondo nel quale faticano a riconoscersi. A poco servirà la cattura della luna da parte degli abitanti del giorno – poi eternata in una delirante diretta televisiva – giacché essa continuerà a parlare agli uomini di buona volontà, ai poeti del sogno, ai lunatici, esortandoli a evitare di capire per aprirsi esclusivamente all’ascolto e al silenzio.

Con questo titolo di congedo, Fellini sembra rendere un simbolico e significativo omaggio ai suoi innumerevoli Pierrot, da Gelsomina al Matto, da Picasso allo zio Teo, da Cabiria a Toby Dammit, concludendo con l’Ivo Salvini di Benigni, da cui a un tratto sentiamo dire, mentre un sottile brivido corre lungo la schiena: “Quanto mi piace ricordare, più che vivere! Del resto, che differenza fa?”.

(Gian Giacomo Petrone, consulente artistico FdP 2020)

Venerdì 10 luglio Festival della Parola 2020

LA CITTÀ DELLE DONNE

“Si respira un’aria da fine del mondo e del tempo nel Fellini post-Amarcord (nondimeno presente, in tracce di una certa consistenza, già a partire da quel turning point decisivo nella sua filmografia che è 8½), venata talora dalla consueta, quieta malinconia protesa nel tempo inattingibile della memoria, ma non di rado percorsa anche dall’urgenza di dire tutto, di mostrare tutto, di esibire l’intero repertorio di presenze spettrali, di sogni mescolati a incubi, di segni e simboli densamente intrecciati, che costituiscono il totale panoramico del suo immaginario. Fellini non ha mai smesso, in realtà, di mettere in scena il catalogo completo del proprio inconscio, cioè la sponda latente della propria soggettività, ma nei film realizzati fra gli anni settanta e gli ottanta si percepisce distintamente la necessità di fare i conti, una volta per tutte, coi propri fantasmi. Tuttavia, sembra anche chiaro che il regista non voglia e non possa fare a meno della loro presenza, perché la memoria, la vita e l’immaginazione sono un unicum strettamente intrecciato nella sua coscienza, lo sono sempre state e, a mano a mano che il tempo passa, lo saranno sempre di più.

Se il Casanova è un excursus sul soddisfacimento meccanico del desiderio sessuale, La città delle donne è un prontuario dei meccanismi del desiderio insoddisfatto. In entrambi i casi, il fantasma ossessivo è la donna, o meglio, la Donna, la femmina-matrice, la Grande Madre, anche se il punto di vista è sempre – e non potrebbe essere diversamente – quello maschile. Con più precisione, si tratta, esclusivamente e squisitamente, del punto di vista felliniano, una sorta di persistente “soggettiva libera indiretta” – per dirla con Pasolini – del Grande Riminese, che percorre la totalità del suo cinema, che nasce e muore nel suo sguardo.

L’ultra-borghese Snàporaz dell’alter ego prediletto Mastroianni e l’aristocraticamente crapulone e libertino Sante Katzone di Ettore Manni (che morirà poco dopo la fine delle riprese del film, per un bizzarro incidente domestico) non sono altro che due facce della medaglia costituita dal pantagruelico ego felliniano, qui alle prese con i residui di un desiderio ipertrofico, grottescamente bigger than life e tuttavia temperato sempre e comunque dall’autoironia, oltre che dall’amore smisurato per l’altra metà del cielo. Già dai nomi dei personaggi – fumettistico il primo, di ascendenza nobilmente plautiana il secondo – è possibile rilevare come, con La città delle donne, si sia in presenza dell’ennesimo divertissement felliniano, totalmente désangagé, radicalmente impolitico/apolitico. Tutt’al più si può rilevare come la dimensione politologica, in Fellini, sia sempre coestensiva di quell’errabondo e mai sazio spettacolo che è il suo cinema, e raggiunga il tono dell’invettiva solo là dove l’argomento tocchi i nervi scoperti del regista, suscitando la sua vena satirica, come nel caso dell’emergente volgarità televisiva degli anni ottanta, causticamente messa alla berlina in Ginger e Fred.

Ne La città delle donne, i riferimenti socio-politico-culturali di attualità (nel caso in questione, il femminismo) sono solo il pretesto per originare la consueta e barocca fantasmagoria circense, l’ennesimo viaggio in una dimensione babelica che somiglia a un inferno dantesco, o magari al meraviglioso mondo di Alice, o chissà, forse si tratta solo e ancora una volta dell’ennesimo riflesso speculare dell’Ombra felliniana, della parte più riposta e oscura della psiche del regista, vera protagonista assoluta dei suoi lavori. La città delle donne è dunque il sogno di una vita (un uomo perso in un non-luogo abitato da tutti gli esemplari di donna che la sua anima inquieta possa aver mai bramato) che diviene un viaggio divertito e debordante del regista, in compagnia del fido “body double” Mastroianni, ai confini dell’eros, esattamente là dove i fantasmi del desiderio giocano e duellano con quelli della libertà.

“Il mio film […] è una favola sulle donne di oggi e di ieri, raccontata da un uomo che non può conoscere la donna perché le sta dentro: come Cappuccetto Rosso sperduto nel bosco. È un sogno e parla il linguaggio simbolico dei sogni. Mi piacerebbe che venisse visto senza lasciarsi accecare dalla tentazione di capire: non c’è niente da capire”.

(Gian Giacomo Petrone, consulente artistico FdP 2020)

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